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Le interviste

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:: Presti siamo nella pioggia ::

Manilo, ecco l'ombra
Intervista di Pietro B.

Intervistare un fratello è sempre un'impresa ardita e forse poco "professionale". Intervistare te, Manilo, poi lo è ancora di più perché tu hai fatto della scrittura un'arte in cui le cesellature sostituiscono i significati e le parole sono suoni disarticolati che nel loro insieme stordiscono e qualche volta stupiscono. Questa intervista però è una sfida prima di tutto con il destino che proprio un anno fa ci ha fatto stare in ansia per la tua salute. E da lì vorrei partire. Che ricordi hai di quella vicenda?

Fernando Pessoa l'avresti colto intento al discernere, tra gradini pari e dispari d'una scala qualunque; così avrebbe appreso la notizia, nel ventre sordo d'una palazzina. Sorpreso lui, i tanti lui; si sarebbe fermato solo un attimo, giusto il tempo di prendere la bombetta con la mano destra e riporla sul braccio sinistro, in una sorta di olé. "Un'intervista?", questo avrebbe lasciato echeggiare nella sua mente, "e perché; e per chi?", aumentando il passo, avrebbe scaricato tale tensione a Riccardo, a Bernardo, ad Alberto e tra questi agli altri. Tale richiesta lo avrebbe messo in confusione; e in confusione rispondo, se nel mio scrivere se ne scorgono i tratti. Forse è l'ombra a cui ti rivolgi, chiamandola Manilo; e la faccenda non è da poco conto; o forse parli a Manilo, sperando di stanare l'ombra. Comunque sia, eccomi. Lo scorso anno è successo; qualcosa reputo. Non che nello scrivere bisogna necessariamente infittire le trame, ma forse ora qualcosa mi sfugge. Di fatti pochi; un male che per Ryke Hamer è un bene, perché in ciò c'è salvezza; un dolore che non proviene dal male, ma dalla cura, che al male, in quanto bene, non sottrae nulla se non il primato alla disfatta. Ho lottato, certo, contro un male finto che va inesorabilmente curato come vero, senza esclusione di colpi letali sotto l'effige di sacche di chilidiliquidi. Ma c'è il soldo, che sta all'interesse, come il verbo di chi in quelle ore proferisce con facile loquela, sta al mantenimento del sistema. Veli torbidi, qualche sirena; poche voci o tante, e inutili per un eroe fatiscente, io, semplicemente incosciente, cosa di cui sanamente l'indole un giorno mi dotò. Quei "primarioni abbronzati", quelli d'ogni corsia con l'indice silente verbo, e dalle spalle tristemente volte; quei sorrisi volteggianti di corridoi in stanze, mescolati ai vomiti sull'orlo del baratro dello smarrimento dell'anima. Loro, quelli del "capisco ma non ascolto", quelli del "se ne pentirà", o ancora loro, sempre loro, quelli del "probabilmente non ha niente, lo so" solo dopo, però, avergli altalenato la mano con il pollice piegato nella movenza d'affettare l'aria verticalmente. L'incomunicabilità, questo uccide, l'incapacità di raccontare se stessi, l'impossibilità di allertare gli altri delle imminenti trappole. Forse non ne ho la stoffa, che è un modo tenue per confessare una dilagante codardia, ma non riesco a oltrepassare il primo istante, quello del sorrisino mal celato di chi ascolta esterrefatto le mie eresie.

Adesso voglio rivolgerti qualche domanda sul tuo modo particolare di scrivere, di utilizzare le parole e di metterle una accanto all'altra in dei periodi da cui se ne esce ammirati o del tutto sconcertati. Come ad esempio in uno dei tuoi ultimi post:

Vento di Libeccio, soffio che svetta tra le pareti di un corridoio di mare; ecco ciò che siamo; umidi e pregni, figli di un incrocio di storie spente. Vento di Scirocco, questa l'ira che opponiamo per rinsecchire le fatue voci delle menti, per spezzare la resistenza strenua di ginocchia folli di fremiti. Aria, quindi, a soffocare oltre il respiro, inconsistente e letale come il veleno in dosi massicce. Di dì in dì stilliamo l'ansia di impervie missioni e sopravviviamo in fortilizi spavaldi. Quando financo l'etere non contiene le gesta, si scaglia il folgore che nell'attimo uccide. Non c'è lacrima, allora, e cala il vento; tutto è chetato e la vita ricomincia

Come non ammirare i versi "Vento di Libeccio, soffio che svetta tra le pareti di un corridoio di mare" e come non rabbrividire subito dopo con "ecco ciò che siamo; umidi e pregni, figli di un incrocio di storie spente". Una cosa che mi ha sempre incuriosito e che non ho mai avuto il coraggio di chiederti e da dove viene questa "tecnica", è il frutto di un particolare studio? E il fraseggio a volte aulico (le fatue voci delle menti) a volte smorzato ed introverso (Aria, quindi, a soffocare oltre il respiro, inconsistente e letale come il veleno in dosi massicce) non pensi possa creare in chi ti legge, magari per la prima volta, un disorientamento? O il tuo fine magari è proprio questo?

In principio ombra era una metafora, ma qualcuno si oppose; allora divenne sinonimo, e puntuali arrivarono le rimostranze. Da quei giorni distanti, ombra è sinonimo d'una metafora, come a voler dire tutto, e quindi niente. Fedele mia immagine, dai contrasti marcati e dagli umori repentinamente cangianti. Nessuna tecnica applicata, quindi, solo un incidente stato di necessità, che mi spinge irrefrenabilmente ad impugnare una penna e a rilasciarne le pulsioni. Lo scrivere "aulico" è una questione controversa, perché presuppone una limpida e sonora semplicità di fondo, che sfocia con disarmante e irrefrenabile regolarità nel banale. Lo stile "smorzato ed introverso" è il naturale rifugio di chi, come me, non possiede la geniale capacità della semplicità. Poi è anche un baluardo, una prima barriera, perché chi vuole varcare la comune soglia dell'indifferenza non dovrebbe perseguire corridoi aperti, ma porte da schiudere in caparbia sequenza; rischiando. Mai una sola volta ho scritto un rigo con l'intento premeditato di celarne il senso, a volte delle mie parole smarrisco il movente, allora scaglio periodi e fraseggi contro l'ideale lettore, e aspetto. Attese interminabili, dubbi da fugare; altre immagini che spiovono alla ricerca di voce.

Qualche volta, nei tuoi interventi, la prosa cede il passo ai versi:

Questo gesso tra le mani
conservo,
colori in maschera
di forme incerte;
uno sguardo dipinto
che s'agita e riprende.
I lobi odono
tenzoni certe ai due,
forte tu, e non lo mostri
sei, e ti ho visto.
Ergiti, basta un guizzo
poca polvere
ma non aspetto cenni,
l'oltreverso solo immortale.
Guidami,
taciturno cerco scarne voci
nel solco di illusioni
e avi al mio cospetto
dove volgo ogni d'incerto.

Il risultato estraniante è il medesimo l'efficacia raddoppiata. Mi chiedo a questo punto cosa pensi di comunicare con il tuo stile, emozioni, stadi d'animo? O magari sensazioni che risultano disarticolate dal significato proprio dellle parole che usi?

Le parole hanno un proprio senso, un respiro vitale che bisogna collocare e rispettare. Impensabile l'elencare fuor di senso, svilite le parole si rivolterebbero contro in un'implosione del rigo stridente. Non scrivo mai con un dizionario dei sinonimi e dei contrari sotto braccio, lascio che la parola trasudi da sola, dopo aver prima folgorato il mio immaginario. Altrimenti niente, meglio non scrivere. A volte trascorro mesi con la penna inceppata, ma va bene così; grave sarebbe il dilagare ad oltranza, nel trionfo del non senso.
Il mio verso è sporco; rifuggo le preconfezioni, cerco di mettere il lettore, nella mia stessa linea di mira. Quando fluttuiamo assorti nelle curve nella nostra mente, non ci preoccupiamo di razionalizzare i concetti; l'intento comunicativo è peculiare del pensiero. Un viaggio nella mia mente, quindi, questo quello che offro. La scompostezza, il disordine apparente, altro non sono che l'esigenza d'un apparato privo di schemi. Non dico, è vero, questo mai; suggerisco; per trasmettere vigorosamente ciò che le chiare lettere possono solo imprigionare. L'intento, è la prepotente evocazione degli elementi di cui sono pregne le parole. Tutti a raccolta, versi e fraseggi; sparsi ed impervi; mai d'una virgola, però, fuori posto, in un rigore sostanziale di parole insostituibili.

Nella prima risposta hai fatto un cenno a Fernando Pessoa. Nei tuoi scritti scorgo sempre richiami più o meno espliciti al suo modo di scrivere ed ai suoi temi. Leggiamo infatti da "Il libro dell'inquietufine" questo passo:

Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L'uno mi pesa come la possibilità di tutto, l'altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie. Conoscendo ciò che è stata la mia vita fino a oggi (tante volte e per tanti vesi l'opposto di come avrei voluto), cosa posso presumere della mia vita di domani se non che sarà ciò che non presumo, ciò che non voglio, ciò che mi succede dal di fuori, perfino attraverso la mia volontà?[..]

E leggiamo invece un tuo post:

Vedrete che non persisterò, non ho quella fatua energia che tutti credono. Un momento, e svanirò, basta poco; a volte una virgola fuori posto o un punto inopportuno. Non ci sarò a quelle danze intentate, sarò già altrove, disperso. Tutte vittime, tutti carnefici; questo il cruccio. Non so quanto resisterò; spalle alle pareti d’una fossa imbraccio fucile e guanto, come invece vorrei chitarra. E plettro Aspetto, sono colpi, tuonano ma non mi muovo; fronde d’acqua svirgolano dall’elmo rilasciando pozze di fango. Non ho occhi, non ho sguardo, ne lacrime da versare, confuse a boccoli di rigoli acciancicati di sudori. Un momento e m’alzerò, incurante delle altrui armi; avrò appena pronunciato ‘’no’’ e farfugli insensati.

Che ne pensi? E quali altri autori sono per te fonte d'ispirazione?

Penso che la poetica di Fernano Pessoa è immensa; è il poeta dell'amore per eccellenza, pur non avendone mai fatto cenno in senso canonico. Il mio incontro con lui è stato folgorante, casuale, come tutte le cose che segnano la vita. Il suo pessimismo è cosmico, il realismo agghiacciante, ma non ho mai conosciuto nessuno altrettanto legato al sentimento, sino al punto da dialogare con le stelle, dar vita ad un sasso o accendere il nostro essere latente che alberga nei sogni. Si scorgono simiglianze con Pessoa nei miei fraseggi, è inevitabile; l'affinità è dichiarata, di più, ambita. All' incrocio della curiosità che ho per la vita, c'è anche Giorgio Manganelli, dalla prosa scarna, incidente, e dalle atmosfere rarefatte, ma terribilmente vere. Charles Baudelaire è una presenza irrinunciabile; inarrivabile, vero scagliatore di parole, come dardi contro Fato e stilemi umani. Ammiro anche Arthur Rimbaud, dalla sensibilità portata all'estremo, testimone sulla propria pelle degli eccessi umani. Ma sento vicini, per cui fonti di lettura, ispirazione e ascolto, anche il Claudio Baglioni di un certo momento artistico; Lucio Battisti, quando l'autore dei suoi testi divenne Pasquale Panella; Franco Battiato, Vinicio Capossela. Una sola moltitudine, quindi; non meno degli eteronomi di Pessoa.

Ho letto bene... Claudio Baglioni? Spiegati meglio.

Si, proprio lui, Claudio Baglioni. Un artista di grande spessore, che, al di là di facili pregiudizi ed etichette, ha scritto canzoni splendide. Ma siamo sempre lì, si porta dietro la nomea di cantante sdolcinato; la realtà è ben diversa, è stato capace di una crescita notevole. Album come "Oltre" o, ancor meglio, "La vita è adesso", hanno lasciato il loro segno nel modo di far scorrere i versi e di veicolare le musiche. Pochi, però, gli hanno concesso una possibilità di rivalsa, ed emarginandolo hanno inconsapevolmente rinunciato a produzioni egregie. A me succede una cosa simile, la mia maschera, la più nota e visibile, mi ha condizionato l' esistenza. Alcune persone mi hanno conosciuto in un certo modo, e hanno imprigionando la mia immagine. Ma anche questo, come la penna inceppata, non ha importanza. C'è un tempo per tutto, e io so aspettare, anche se dovessi perseguire un momento che non dovesse mai arrivare. Si cambia nella vita, siamo in continua mutazione, e non si ha colpa né merito, semplicemente accade. L'essere "soli assieme", questo si, ci logora. Parola di Claudio Baglioni.

Essere soli assieme, questo bellissimo ossimoro merita qualche altra parola...

Ti rispondo, Pietro; per questa domanda, però, solo per questa, vorrei evadere dallo status di intervistato, ed emergere al centro della discussione in atto.
Quelle due parole - correttamente "soli insieme" - in apparente dicotomia, per cui ossimoro, lanciano un'immagine agghiacciante. Claudio Baglioni, in "Chi c'è in ascolto" da voce ad un malessere d'attualità e tipico delle comunità digitali. I dubbi sono tanti, seguiti da ossessioni per niente secondari, perché, nonostante quello qui si asserisce, sono al centro dell' esistenza.

Versi come,

".chissà se queste macchine che parlano per noi
ci riavvicinano o ci allontanano
quando sembra di sfiorarsi e invece in mezzo restano
dei ponti levatoi che non si abbassano.
"

oppure,

".chissà se il cosmo chiuso dietro le tre doppie vu
è verosimile o è un facsimile
quando sembra di viaggiare invece resti immobile
tra i totem e i tabù dell'impossibile.
"

lanciano un messaggio carico di tensione.
Ci siamo illusi, forse, che l'abbattimento delle mura, delle frontiere, che l'avvento della società globali nella comunicazione, ci abbiano riavvicinato. Troppo di sovente non è così; i problemi dell'uomo, quelli veramente importanti, sono pochi, ancestrali, mai risolti, e probabilmente irrisolvibili. Non si spiegherebbe, altrimenti, come un grido - il tuo - che mano tesa è alla ricerca di comunicazione, di dialogo, possa invece venire scambiato per un atto di protagonismo egocentrico. Perché questa è l'accusa implicitamente mossati.
L'indifferenza uccide; se lo scrivo è perché ho visto schiere di vittime; con i miei occhi; con il mio pensiero. Dovremmo far cosa, arrenderci? Simmai! Sono gli amici, quelli che ci dovrebbero conoscere, quelli su cui contiamo, che ci fanno veramente male. Pochi, veramente pochi, spendono un istante per soffermarsi. E capire.
Per questo devi continuare a credere nella fenice, per questo continuerò ancora a scrivere; per lo stesso motivo dobbiamo continuare ancora a crederci: siamo tutti venti contrapposti, devastanti, ma pur sempre solo aria inconsistente al tatto. Abbiamo tutti punti di partenza, e mete nella mente. Soffriamo spesso per non osare una parola.

"Non siamo pazzi, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazia. E' genio quello. E' geometria Perfezione" Alessandro Baricco - "Novecento"

Torniamo al tuo blog. Fino a non molto tempo fa si chiamava Linee tenui su orde d'ombra, adesso Presti siamo nella pioggia. Puoi spiegare il motivo di questo cambiamento?

Il blog è nato come ponte di comunicazione, intento esplicitamente non dichiarato, ma sottilmente perseguito. Linee tenui su orde d'ombra, già nel nome individuava un motivo conduttore, lanciava, quindi, una sorte di avviso al lettore: nessuna verità rivelata, ma farraginosi percorsi in una moltitudine di sfaccettature. Disatteso il movente, l'ho terminato affinché non fosse terminato dal non senso. La fuga dalla spirale involutiva di parole, si è rivelata una campana sorda, con l'effetto doppio di completare l'isolamento con l'esterno, ed amplificare l'eco scomposto all'interno.
Allora bisogna migrare, alla ricerca d'un senso fuor di nota, nei luoghi del dileggio della ragione. E' bastato un istante, il ricordo di un fine settimana a Palermo; con un paio di apparecchi fotografici mi aggiravo per luoghi inconsueti. Per una serie di concomitanze, mi ritrovai in via Pindemonte, sede dell'ex ospedale psichiatrico, ancora attiva per alcuni ricoverati. Nelle mura, che attorniano la struttura, lessi "presti siamo nella pioggia". Era scritto con vernice verde, da un pennello guidato da una mano tremula.
Forse la vita non ha senso; o forse si, come quel verso, che trovo d'una bellezza estrema. Una dichiarazione d'amore, quindi; ancor di più, di sentimento spiovente. Un grafismo il mio blog, fuor di senso, da conservare nell'immaginario per riflettere; o da spennellare di bianco alla prima ritinteggiatura nei giorni dei tepori estivi. Come in quel muro un dì è successo a "presti nella pioggia", parole mai più visibili; se non dall' affacciarsi nei ricordi.

In realtà c'è stato un periodo in cui hai praticamente abbandonato il tuo blog. C'era in quell'arco di tempo sfiducia nel mezzo, disaffezione per la scrittura o come mi era parso allora una certa inquietudine per l'indifferenza degli altri verso il tuo modo di leggere la realtà?

Gli altri. Chi ti dice, "bellissimo!". Chi, "che roba è?". Chi, "cosa vuoi che ti dica!?". Sono consapevole, Pietro, che per far comunione bisogna esser almeno in due. Altrimenti rischiamo di scivolare nel paradosso; ricordi quella barzelletta che recitava, "mi sono fidanzato con Mirella, ma lei non lo sa.". Cristo - per chi ha fede, ma il principio è ugualmente valido - disse che ovunque due, o più persone, si fossero riunite nel suo nome, lì avrebbe avuto vita la sua chiesa. L'uomo è un tandem con licenza momentanea di percorrenza solitaria. Da soli siamo nulla, incapaci di sopravvivere. La nostra alba sorge "per"; e dobbiamo aver in mente qualcosa, un legame, un sentimento, almeno un'altra persona. Altrimenti diveniamo anacronistici, e dobbiamo volgere il pensiero altrove; per estraniarci affinché non venga alienata la nostra mente. E' autoprotezione, il rispetto d'un segno da cui nasciamo; è questa la realtà che più che leggere cerco di carpire.
Sono consapevole, Pietro, lo ripeto; mediamente non mi aspetto niente dal blog, alcun ritorno, e spesso ci soffro, lo confesso.

Secondo te c'è un modo "corretto" di utilizare un blog? In altri termini esiste un tipo di blog "perfetto"?

Al di là di possibili aggettivi, il blog è un mezzo di comunicazione; se con perfetto intendi l'adempimento della sua vocazione, quindi la quantità dell' interscambio movimentato, allora rispondo di si. Se, invece, consideriamo la qualità nello scambio dialettico, la cosa è ben diversa. Conosco svariati blog di alto livello, ma con un consenso limitato. Ma il blog, lo ripeto, è nato come sponda comunicativa; c'è chi oppone il concetto del "meglio pochi, ma buoni", si, ma è un'accettazione filosofica di un "fallimento". "Presti siamo nella pioggia" è un fallimento; cassando i commenti ho solo eliminato il metro di verifica. Probabilmente non è il mezzo ideale per chi come me, non si basa sull'immediatezza o non vuol alimentarsi di "sponsor". Vedi, bisognerebbe migrare; per me, e per altri, il senso sta nel movimento. Più che una qualità, comunque, è la constatazione di un male inalienabile.

I weblog si stanno trasformando da "vetrina" di pochi a partecipazione di molti. E la massa chiede visibilità, per questo si sviluppano aggregazioni, le quali però finiscono per aumentare l'effetto vetrina per cui spesso ci si ferma a leggere solo questi moderni "tazebao". Essere aggregati seconto te è l'unica sponda per avere una chance di visibilità?

La visibilità sarà un dono per pochi eletti, persone di talento, sicuramente. Blog "messi" al centro del circo mediatico, per far cassa di risonanza. L'informazione cerca "casi ", e li sostiene creando fenomeni. Qualcuno scriverà un libro, ho lo ha già fatto, e qualcun altro andrà al Costanzo; finché ci sarà un evento da sostenere, finché farà gioco alla moda del momento.
Tra gli stessi blogger, invece, sarebbe già tanto riuscire a trovare momenti di condivisioni tra pochi. Mi riferisco ad una sorta di nuovo concetto d' amicizia, ognuno nella sua terra, ma con momenti di condivisione, oltre i luoghi. Non ho trovato mai tante persone affini, come dall'inizio di questo viaggio, che la forma-blog ha solo rilanciato. In altri casi, poi, si è sfaldata la coltre impenetrabile della solita aria; quella che costringe all'incomunicabilità. Anche quando si vive palmo a palmo, da sempre.

"Rigo
riverso su rigo,
intento all’amare
di versi colmo
repentini vuoti,
mi calo
e sfioro l’ardore
un passo prima
che tardi l'ascesa.
"
Con questi tuoi versi chiudo l'intervista con una domanda esistenziale. "Riverso su rigo,/intento all’amare", chissà se i nostri blog ci renderenno migliori o se ci lasceranno più delusi e frustrati di prima "e sfioro l'ardore/un passo prima /che tardi l'ascesa".

Un baleno; e Fernando si sarebbe destato dal torpore. Riscoprendosi Chevalier de Pas, avrebbe carpito il sogno, e schiusi gli occhi si sarebbe lasciato scivolare a risalire la sciarada. Le stelle; loro bisogna interrogare. Lisboa, dove il mare ti può solo portare, non lascia transiti, forse stretti corridoi. Tra la porta, per la stanza, sino al prossimo davanzale, lì, con i gomiti a disperdere ansia e tensioni. Ophelia nella mente, e un cartina tra le mani a tracciare la strada maggiore per arrivare. A fronte la tabaccheria, quella già svanita per averlo pensato; così accadrà. Carezzate le lenti rotonde avrebbe vergato d'impeto in un foglio:

"Vivo sempre nel presente.
Non conosco il futuro. Non ho più il passato.
L'uno mi pesa come la possibilità di tutto,
l'altro come la realtà di nulla
"

Se sol Amo
non chiedo,
sol polvere siamo
pronti al volgere
nell'abisso d'osservare.
".

(FINE)


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